Vesna Pavan - Artist Painter Designer - Milano Facebook Twitter YouTube

PORTO FRANCO

Recensione critica a cura di VITTORIO SGARBI

Il rapporto tra arte e moda è certo uno tra i più frequentati dalla comunicazione visiva di questi ultimi decenni, specie di quella a più larga diffusione mediatica. Se da una parte il mondo dell’haute couture ha sempre cercato la legittimazione di arti come la pittura, la grafica e, più tardi, la fotografia per poter essere reputata al loro stesso rango, utilizzandole nel contempo come strumenti delle proprie strategie commerciali, dall’altra anche l’arte non ha disdegnato – e fin dal tardo Ottocento, se pensiamo solo al caso esemplare di Boldini – di guardare alle creazioni sartoriali come a prodotti privilegiati di quel supremo elemento di distinzione sociale che viene considerata l’eleganza, fino al punto di diventare, arrivando ai nostri giorni e pensando almeno ad alcune delle sue manifestazioni più eclatanti, parte integrante di un’industria globale del fashion di cui la moda si è fatta prima sostenitrice.

Non stupisce, allora, che arte e moda possano perseguire sempre più un obbiettivo comune, il glamour, mirando entrambe a produrre oggetti di fascinazione collettiva che costituisca in qualche modo motivo di compiacimento per chi la subisce. Inquadrare l’attività, ormai più che ventennale, di Vesna Pavan, art designer, friulana di nascita, ma milanese d’adozione, nei termini del contesto complessivo sopra accennato, è passo tanto scontato quanto obbligatorio, permettendoci di meglio comprenderne le motivazioni espressive. Una poetica, quella della Pavan, che a suo modo sa anche diventare etica e politica, se, come lei stessa ha spesso suggerito attraverso le sue dichiarazioni, ci sforziamo di cogliere un messaggio di fondo sotto la superficie suadente e apparentemente frivola della sua arte, non sempre facile da intuire, ma capace di mutare l’ordine di lettura del suo intero lavoro. La serie Fusion/Vogue in particolare, la più recente tra quelle prodotte in questi ultimi anni dall’artista, testimonia di questa latente complessità, attraverso il contrasto, quasi schizofrenico, tra una suggestione strettamente visiva, fatta di precisi e consapevoli richiami alla più tipica illustrazione dei fashion magazines, in apparenza preoccupata solo di farsi portatrice di una visione glamour e disimpegnata del mondo, sublimazione del desiderio femminile di essere riconosciuti come parametro umano per eccellenza della dimensione dell’estetico, e l’intenzione di rispecchiare e rivendicare un ruolo socioculturale quanto più qualificato per la donna, protagonista solitaria dell’opera grafica della Pavan.

Se il filo storico che collega le icone muliebri della Pavan con la tradizione dei grandi illustratori di “Vogue”, “L’Officiel” o “Harper’s Bazaar”, da Dana Gibson a Erte e Bakst, da Poiret a Lepape, per arrivare, più recentemente, a René Gruau, Antonio Lopez, Patrick Nagel, con il primo e l’ultimo ad avere forse esercitato i maggiori influssi sul gusto della nostra, sembra essere solido e consapevole, va anche detto che queste eroine sono considerabili come parenti evolute di quei modelli, più emancipate e indipendenti, pensate prevalentemente per un nuovo pubblico femminile che dovrebbe riconoscere ed emulare la loro sicurezza di esistere come persone, perfettamente calate nella contemporaneità, e non semplici oggetti da ammirare in virtù della loro doppia avvenenza combinata, di corpo e di involucro. Si tratta di figure dal tratto forte, segnate da linee essenziali e spesse, rese plastiche e sinuose dal gioco dei contrasti tra colori complementari, dinamici e accesi; i volti, per quanto arianissimi, sono maschere da teatro orientale, privati significativamente di tratti distintivi che evochino identità precise, se non nel marchio deciso, ma stereotipato del rossetto, come a voler facilitare il processo di identificazione della persona – della donna in primo luogo, ovviamente – nell’immagine, similmente ai fondali giocosi di certi studi fotografici di una volta, quelli che avevano un buco nel quale si poteva immettere la testa per appropriarsi del corpo sottostante. Il tutto determina risultati estetici da riedizione fashion della Pop Art, in cui il rapporto potenziale con la riproducibilità in serie delle immagini coincide con una metodica sostanzialmente da grafica pubblicitaria, cosa per cui il modulo espressivo viene sottoposto a un notevole livello di standardizzazione. Non si tratta, però, di un processo concettualmente riduttivo, al contrario: per la Pavan, stilizzare assume il significato letterale di darsi come stile, cifra personale che contribuisca a fornire una definizione quanto più compiuta dell’eleganza, secondo un fine che come pochi altri sarebbe in grado di unificare le arti piuttosto che differenziarle.

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Vesna Pavan - Artist Painter Designer - Milano - vesnapavan@gmail.com

 
 
 
 
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